DOTT.SSA CHIARA PICA

DOTT.SSA CHIARA PICA

EVOLUZIONE PERSONALE PSICOSOMATICA:

SUPERARE I DISAGI COMPRENDENDONE IL MESSAGGIO E CAMBIANDO LE PROPRIE CREDENZE

 

 

 

Vieni a scoprire cosa puoi fare con l'Evoluzione Personale Psicosomatica (EPP):

 

  • Comprendere il significato di un sintomo per la tua evoluzione personale
  • Cambiare le tue credenze limitanti per ottenere benessere, armonia, prosperità

Nel mio approccio ci sono importanti caratterizzazioni che lo differenziano da quelli  della psicologia classica e li riassumerò in questi 10 punti:

  1. Non si viene in seduta per  conoscere le cause del proprio disagio: erroneamente si crede che per risolvere un disagio, un sintomo, un malessere, sia necessario conoscerne le cause. Questa idea distorta deriva da una concezione deterministica della psicologia tale per cui se esiste un disagio presente significa che devo andare a ritroso a cercare presunte cause in un passato, recente o remoto che sia, nè tantomeno negli altri: è colpa di mio marito se sto così; è colpa di mia madre...ecc. Se si fa così si cede il nostro potere ad altri,  mentre si viene qui per riacquistarlo. Siamo noi, in quanto esseri dominati da eccessivo razionalismo, che non riusciamo a non cedere a una visione causalista delle cose della vita: se impariamo, come insegnano le filosofie orientali, a stare nel presente, ci rendiamo conto che trovare una causa non ci serve a stare meglio. Per risolvere non serve trovare la causa, bensì il messaggio che quel malessere ci vuole comunicare come via di accesso al mondo interiore e come chiave per la nostra evoluzione. Non stai male per i motivi che credi. L’anima non sottostà alle leggi di causa-effetto; pertanto non incaponirti nel cercare presunte cause al suo malessere.
  2. Non si viene in seduta per lavorare sul passato: questo è un conseguente corollario del punto precedente, in quanto molte delle presunte cause di malessere vengono collocate nel passato. Ad esempio “La mia ansia viene da lontano, perché da piccola sono stata inibita dai miei”; “Trovo sempre uomini sbagliati perché mio padre non mi ha amata e ora cerco la compensazione nelle figure maschili”; “Sono priva di autostima perché a scuola venivo denigrata e bullizzata dai compagni di classe” e così via. Se colloco nel passato la causa dei miei disagi presenti posso star certo che non ne uscirò mai. Il passato di per sé è immodificabile e se mi lego energeticamente ad esso trasformerò il mio futuro in un destino. Potrò uscire dai miei disagi solo quando smetterò di fare del passato un comodo alibi e imparerò a vedere i problemi presenti come la voce di un disagio tutto presente che può essere ascoltato.
  3. Non si viene in seduta per risolvere problemi ma per trovare inattese soluzionisembra paradossale ma in terapia non si viene a parlare dei propri problemi. Se ne parla quel tanto che basta per andare oltre, ma parlare a lungo del problema non serve a nulla, anzi: crediamo che le parole per il loro carattere immateriale siano innocue, invece esse creano continuamente la mia realtà e mi portano a  identificarmi con quel problema: io sono il depresso, io sono l’ansioso, io sono l’incapace ecc. Parlare del problema serve solo a cronicizzarlo e ci porta fuori dalla nostra fonte restringendo così il nostro campo percettivo che non trova così le risorse necessarie a risolvere la situazione. Non è mai quello che crediamo sia il problema il motivo per cui stiamo male. Quel problema è solo un appiglio che la psiche sceglie per comunicarci qualcosa di profondo di noi che abbiamo dimenticato. Se si viene in seduta è semmai per dimenticarsi dei presunti problemi, che in realtà sono solo un innesco a un processo di evoluzione interiore. E quindi non si cercano soluzioni nel senso razionale del termine: si fa un cammino che porti a liberare le proprie risorse interiori sepolte. Saranno loro a trovare, senza alcuno sforzo, le soluzioni giuste.
  4. Non si viene in seduta per migliorare!!! Migliorare presume che c’è qualcosa di sbagliato da aggiustare, come un computer a cui vanno sostituiti i pezzi. E migliorare implica che ci siano cose “presumibilmente brutte e sbagliate” che devo eliminare di me, mentre in realtà vado in terapia proprio per fare tutto il contrario: accettare i miei lati ombra e integrarli dentro di me per diventare completo e “individuato”, come direbbe Jung. Quindi si viene in terapia a cercare la propria natura e a maturare, non a migliorare.
  5. Non si viene in seduta per eliminare un sintomo, un problema, un difetto, una contraddizione ecc:questo è un corollario conseguente al punto 4. Se non devo migliorare non devo eliminare niente che io identifichi come causa, come difetto, sintomo o problema. In terapia si viene sempre per ACCETTARE E INTEGRARE, non per eliminare qualcosa. Se mi scontro con un mio presunto difetto lo rinforzerò; se tento di eliminare un sintomo lo farò diventare più intenso o lo farò scappare fuori da qualche altra parte. Non si elimina niente che venga dal profondo o che faccia parte della mia intima natura. Come diceva Jung “Nella malattia c’è già il germe della sua guarigione” ed è questo seme che si viene a cercare.
  6. Non si viene in seduta a cercare soluzioni, ricette magiche e panacee miracolose: non esistono miracoli che la persona non faccia da sola e soluzioni che la ella non sappia trovare. Purchè sia messa nella condizione di farlo. Lo psicologo non conosce le soluzioni giuste per la persona e non fornisce ricette magiche: mette la persona nella condizione di trovare tutto questo da sola. E cosa fa dunque la persona nel percorso, se non risolve problemi, non cerca cause e non tenta di migliorarsi? Va verso la fonte! Viene condotto verso la sua natura profonda. L’unico luogo dal quale possono sgorgare soluzioni che la persona senta davvero sue. E come ci si accede a questo magico luogo? Imparando a individuare e disidentificarsi dai ruoli che ci siamo cuciti addosso, dalle maschere che indossiamo, dai personaggi che recitiamo e che ci hanno posseduti negli anni; dai condizionamenti subiti, dagli schemi che ci conducono come un pilota automatico e dalle credenze limitanti che ogni giorno creano il nostro destino. Il vero miracolo lo compie la persona quando ricontatta sé stessa.
  7. Non si viene in seduta a lamentarsi e a sfogarsi: la terapia non è un muro del pianto o uno sfogatoio. La lamentela spegne i neuroni e conduce in un territorio oscuro e paludoso dal quale non può sgorgare alcuna soluzione. Si deve giungere al territorio sconosciuto dentro di noi, non stare lì a crogiolarsi nel malessere lamentandosi di quanto la vita è crudele. Questo atteggiamento non serve ad attivare le proprie energie interiori bensì a spegnerle.
  8. Non si viene in seduta per farsi diagnosticare qualcosa: un cammino di crescita personale non comprende il farsi diagnosticare un presunto disturbo mentale. A tal proposito cito sempre questo aneddoto: un giorno lo psicoterapeuta e counselor americano Carl Rogers incontrò per caso un noto psichiatra che gli chiese: "Ho visto il tale, stava molto bene, non credevo che con uno schizofrenico si potessero ottenere risultati tanto buoni; come hai fatto?". Rogers lo guardò incuriosito e rispose: "Ah sì, era schizofrenico?". Le diagnosi non servono a niente, se non ad aiutare la persona a identificarsi ancora di più con i suoi presunti problemi. E di certo non si viene in terapia a questo scopo, ma al contrario per disidentificarsi.
  9. Non si viene in terapia per cercare colpevoli: non si viene qui a perdere potere attribuendo la colpa a tizio o a caio dei propri problemi: “E’ colpa di mia madre che mi critica”; “E’ colpa del mio partner che mi fa esasperare”; “E’ colpa del mio capo che mi fa mobbing”. Benissimo, e tu in tutto questo dove sei? La tua volontà? Il tuo potere personale? Siamo noi che diamo potere agli altri, ricordiamolo non si viene qui a lamentarsi di chi abbiamo intorno o a cercare di cambiarlo, non è possibile. Ma cambiare noi stessi si, e quello è lo scopo.
  10. Non si viene in terapia a scrollarsi di dosso le responsabilità, ma a recuperarle: l’ultimo punto è il più difficile. Un serio processo di crescita interiore implica comprendere che noi siamo responsabili al 100% della nostra esistenza. Le nostre credenze, ovvero le affermazioni depotenzianti che costituiscono i miei schemi mentali, plasmano continuamente la mia realtà e la costruiscono giorno dopo giorno. Quello che credo dunque, determina anche in grande parte ciò che mi accade, nel bene e nel male. cito a tal proposito questo aforisma di Ghandi: “Mantieni i tuoi pensieri positivi, perché i tuoi pensieri diventano parole. Mantieni le tue parole positive, perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti. Mantieni i tuoi comportamenti positivi, perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini. Mantieni le tue abitudini positive, perché le tue abitudini diventano i tuoi valori. Mantieni i tuoi valori positivi, perché i tuoi valori diventano il tuo destino.”. qui si viene dunque a cambiare i pensieri.

 

 

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